Cenni storici

 

L’ARCICONFRATERNITA DI S. MARIA DELL’ORAZIONE E MORTE DI ROMA

Al tempo in cui sorse questa Confraternita, non esisteva ancora nessun servizio pubblico che provvedesse alla sepoltura dei cadaveri; il triste compito era assolto in genere dalle confraternite o dai familiari del defunto. Per coloro che non appartenevano ad alcun sodalizio e per le famiglie a cui la miseria non permetteva il trasporto della salma, provvedeva la pubblica carità non organizzata; qualche volonteroso raccoglieva le offerte dai passanti e, raggiunta una somma sufficiente, incaricava due facchini di portare il cadavere, steso su di una tavola, al cimitero per la sepoltura.

In campagna la situazione doveva essere ancora più grave, sia per la poca probabilità di raccogliere offerte che per le grandi distanze che dividevano il luogo del decesso dal cimitero. E’ per questo motivo che : " nell’anno del Signore 1538 alcuni devoti cristiani, vedendo che molti poveri, li quali o per la loro povertà, overo per la lontananza del luogo dove morivano, il più delle volte non erano sepolti in luogo sacro, overo restavano senza sepoltura, e forse cibo di animali, mossi da zelo di carità e pietà instituirono in Roma una compagnia sotto il titolo della Morte, la quale per particolare instituto facesse quest’ opera di misericordia ".

I progressi della compagnia dal 1538 al 1552 furono lenti per mancanza di mezzi e per la difficoltà di trovare chi fosse disposto a sopportare le fatiche ed i pericoli di una

così difficile opera di misericordia. Quei pochi volonterosi, che davano tanto di loro stessi all’istituzione perché potesse superare i molti e gravi ostacoli, chiesero ad un famoso predicatore Cappuccino di fare propaganda della loro opera dal pulpito della chiesa di S. Lorenzo in Damaso, dove stava predicando per l’avvento del 1551, ed indurre i fedeli ad ascriversi al nuovo sodalizio. Il frate dovette essere molto convincente: molti fedeli ingrossarono la finora sparuta schiera dei fondatori; pieni di nuova speranza, il giorno di Natale della stesso anno, venne esposto il SS. Sacramento nella cappella della Concezione in S. Lorenzo in Damaso, con una solenne funzione di ringraziamento.

Nel 1552 Giulio III approvò la Confraternita, le concesse numerose indulgenze e la obbligò a prendere il titolo dell’ " Orazione " , in aggiunta a quello della " Morte ", perché oltre a seppellire i cadaveri, vi era l’uso di pregare per la loro anima e di esporre il Sacramento sotto forma di Quarant’ore ogni terza Domenica del mese.

Il nuovo sodalizio si installò, appena eretto, nella chiesa di S. Caterina da Siena in via Giulia, ma vi dovette rimanere pochi mesi se nella seconda metà di agosto dello stesso anno 1552 lo troviamo già a S. Giovanni in Ayno, dove rimase più a lungo, facendo restaurare la chiesa e l’abitazione del parroco. Il successivo trasferimento, di cui abbiamo notizia, avvenne il 27 gennaio 1571, quando esso ottenne dal Capitolo Vaticano, con istromento del notaio Valerio Carosio, la chiesa di S. Caterina della Rota. Nel frattempo Pio IV, con bolla Divina providente clementia del 17 novembre 1560, nel confermare il sodalizio, lo aveva eretto ad Arciconfraternita.

Il sogno dei confratelli di possedere una chiesa cominciò a realizzarsi il 21 maggio 1572 quando acquistarono, nella zona di via Giulia, un terreno da Mons. Ceci per 550 scudi e, il 31 agosto del 1573, dai fratelli Massimi, per 700 scudi, due case confinanti. Nel 1574 riunirono per la prima volta la Congregazione generale in una di queste case e nel 1575 iniziarono i lavori di costruzione della chiesa, consacrata il 23 Marzo 1576; così nel maggio successivo lasciarono definitivamente S. Caterina della Rota.

La chiesa divenuta però insufficiente, per le esigenze della Confraternita sempre più fiorente, fu demolita nel 1733 e ricostruita più grande e venne consacrata il 20 ottobre 1737. Durante il periodo dei lavori il sodalizio aveva officiato a S. Brigida in piazza Farnese.

Lo spirito di sacrificio dei confratelli non conosceva limiti: quando un " morto di campagna " rimaneva insepolto ne veniva subito avvisata la confraternita che mandava sul luogo un cappellano ed alcuni fratelli. Scrive Luigi Huetter: " Ovunque un cadavere giacesse insepolto, in fondo a un procoio, a una marrana, respinto dal Tevere o dal mare, crivellato di ferite in un bosco, giungevano spesso dopo un viaggio di decine e decine di chilometri gli zelanti fratelli della morte ".

Il recupero delle salme avveniva in qualunque stagione, di giorno, di notte, col caldo, col gelo. E’ facile immaginare quanta abnegazione fosse necessaria per trasportare sulle spalle, per diversi chilometri, un cadavere rimasto in una capanne dell’Agro Romano, magari per tre o quattro giorni, durante l’estate, sotto la sferza del sole.

Nel 1598, dopo la grande inondazione del Tevere, i fratelli andarono fino ad Ostia a ricercare i corpi trascinati dalla corrente.

Il primo tomo dell’elenco dei morti di campagna inizia nel 1552, con la nota seguente: " 13 marzo. Morto in Campagna Francesco N. di Terni, fruttarolo, legato sopra una tavola portato a Campo Santo " ; il secondo tomo è del 1700: " 13 gennaro. Morto in Campagna Giuseppe N. di Sezze, Contadino, naturalmente, nel casale della Tenuta di Monte Migliore, miglia 12 fuori di Porta S. Paolo per la via delle Tre Fontane. Giunta la Compagnia nel sopradetto Casale, trovò che non era ancora spirato: per cui fu preso e portato vivo all’Ospedale dei Fate Bene Fratelli, dove morì il giorno seguente "

Il terzo volume termina nell’anno 1896: " Il 17 marzo, Luigi De Paolis, di Cerreto di anni 55, Bifolco, morto naturalmente in un campo nella Tenuta di Prato Carbone, passati i casali della Magliana, Kil. 13 fuori di Porta Portese, e sepolto nel Cemeterio di S. Maria del Carmine detta la Parrocchietta".

Questi tre tomi comprendono 1074 fogli, numerati solo sul recto; su ciascuna facciata sono annotate quattro o cinque associazioni: un minimo di 8600 salme inumate a cura della " Morte ", dal 1552 al 1896, con una media di 25 ogni anno.

Ora che a seppellire i defunti provvedono apposite istituzioni pubbliche, i confratelli, nella loro bella chiesa di via Giulia, limitano il loro compito a suffragarne l’anima.

 

DA: M. M. LUMBROSO - A. MARTINI
LE CONFRATERNITE ROMANE NELLE LORO CHIESE
Fondazione Marco Besso 1963
pagg. 256 - 258


Iniziative assistenziali

Al centro di tutte le attività è collocato il servizio funerario. Un opuscolo edito dalla confraternita nel Settecento ne riassume le modalità tradizionali. Sono affidati alla pietà del sodalizio i morti delle campagne e dei luoghi pubblici, come pure delle parrocchie, ma solo quelli morti in abbandono e in povertà.

"Acciocchè resti certificato della povertà dei defunti, se ne riceve dal parroco la fede in iscritto, la quale si presenti all’offitiale della compagnia, chiamato il provveditore dei morti. A questi i confratelli vanno processionalmente vestiti con i sacchi, per riceverli, e per dar loro sepoltura; e cantando per essi l’offizio dei morti. Né si stende questa carità solo nelle città, ma (ciò che riesce di molta edificazione) vanno anche fuori per molto spazio, al caldo, al gelo, alla pioggia e ai venti, per le vie, per le vigne, per li campi; occorrendo talvolta (massimamente nei maggiori caldi) di averne otto o dieci per giorno, e li seppelliscono con molta carità e devozione "

La rilevanza sociale di quest’opera di carità è evidente dal numero di cadaveri sepolti, come dichiarano i documenti d’archivio. Ad esempio nell’anno santo 1625 la compagnia " ha seppellito 66 morti in campagna e 50 in Roma [....] e per grazia di Dio è stata poca mortalità che altri anni sono stati da 200 in 250 morti, e spesso passa a 300 e molte volte ci è occorso che si trovano non essere morti." Normalmente la tumulazione avveniva nelle chiese più prossime al ritrovamento dei cadaveri. Le più impegnate erano la basilica di S. Agnese sulla Nomentana, S. Andrea a Ponte Milvio, S. Angelo alle Fornaci, S. Cecilia in Trastevere, S. Lazzaro al Trionfale e altre chiese e basiliche immediatamente a ridosso di campagne e periferie, oltre al cimitero della confraternita stessa posto sotto la chiesa.

Minore consistenza, ma più prestigiosa, ha la prerogativa di liberare annualmente un condannato a morte o alle galere. Il primo, Giuliano Ricci, colpevole di assassinio, è liberato il 3 giugno 1584. Fino al 1597 tale liberazione avviene il lunedì dell’ottava del Corpus Domini. Con un succedersi di negazioni e permessi, dovuti alle alternanze di costumi e consuetudini, dettati dai vari pontefici, questa pratica giunge fino al diciannovesimo secolo, quando la confraternita continua a chiedere la grazia che ottiene per l’ultima volta, l’8 settembre 1867.

Rilevante è il movimento delle doti erogate annualmente alle ragazze povere, ricavate da un buon numero di eredità alcune delle quali ( Bassetti, Inverni, Putignani, Luzzi ) molto consistenti.

Alle spese occorrenti per le sue attività la confraternita faceva fronte con offerte, lasciti ed elemosine. Quest’ultimo tipo di entrata era ottenuto attraverso il sistema consueto delle bussole poste nei luoghi pubblici ( come bettole ed osterie) della città e della campagna, e attraverso la questua effettuata dai confratelli. Particolarmente cospicue erano le elemosine raccolte nei giorni dell’ottavario dei defunti davanti alle chiese di S. Gregorio al Celio e di S. Paolo fuori le mura. In anni particolari dell’Ottocento come nell’anno santo del 1825, la confraternita, che aveva avuto da Pio VII la privativa delle bussole di campagna, introita elemosine in misura superiore alle altre confraternite romane.

Estratto da:
Ricerche per la storia religiosa di Roma. Vol. 6
Pag. 111 e 112
Edizioni di storia e letteratura, Roma 1985


Le Rappresentazioni Sacre

L’arciconfraternita per render più solenne l’ottavario de’ morti eseguiva anche oratori musicali, catafalchi artistici e rappresentazioni sacre.

Essa fu una delle prime arciconfraternite ad introdurre, dopo i Filippini, l’uso degli oratori musicali.

I catafalchi per la ricchezza di decorazioni, per la originalità de’ disegni e la magnificenza di luminarie avevano altresì in questi ottavari una importanza notevole, e l’arte del disegno e dell’incisione ce ne ha tramandati parecchi esemplari.

Maggiore importanza ebbero indubbiamente le rappresentazioni sacre per le quali l’archivio dell’arciconfraternita fornisce copiose ed interessanti notizie. Spetta infatti al sodalizio il merito di aver iniziato in Roma, nella seconda metà del secolo decimottavo, per l’ottavario dei morti, la rappresentazione di un episodio biblico o di santi allusivo alle pene del Purgatorio. L’anno 1763 segna la data certa del principio di queste rappresentazioni sacre, come dal catalogo che l’illustre confratello, archeologo Augusto Bevignani ha avuto la bontà ed il merito di tramandarci.

Queste rappresentazioni ebbero sede costante nel sotterraneo cimitero dietro la chiesa sotto l’oratorio ed esattamente nella seconda stanza chiamata di " Terra santa " o " delle rappresentazioni ", cimitero che, il gusto del provveditore dei morti Agostino Ancidoni aveva singolarmente decorato nel 1762 con scheletri.

Questo strano cimitero impressionò tanto il popolino romano, quanto il colto e dotto viaggiatore. Di esso ci lasciarono infatti vive descrizioni (e per nostra fortuna anche foto dell’ultimo periodo dovute sempre al Bevignani ed al suo amico archeologo e fotografo barone Rodolfo Kanzler) scrittori quali il Petit-Radel, il Calignani, il Thomas, che ci tramandò una splendida scenografia del cimitero nel tempo dell’ottavario dei morti, il Gregorovius, il Dalmiers, il Barbier de Montault. Anche il nostro Belli ne parlò in alcuni sonetti che riportiamo nel catalogo.

Le rappresentazioni che si eseguivano superavano di gran lunga tutte le altre per varietà di soggetto, grandiosità di composizione, eleganza ed accuratezza nelle figure, nei vestiari, negli addobbi e nelle decorazioni per la notorietà degli artisti coinvolti, per cui non pochi furono gli anni in cui si trovò il pio sodalizio ad affrontare spese rilevanti per quella che era oramai diventata una tradizione popolare.